Manifesto

Lo spirito di Stonewall

Un urlo di gioia che squarcia la notte

Abstract

Il favoloso manifesto della nostra liberazione è un urlo di gioia che squarcia la notte! È “lo spirito di Stonewall” che, a 50 anni dall’epica rivolta, non si è mai spento perché brucia dentro e quando può, esplode fuori. È parte integrante di quella grande rivoluzione culturale, politica, sessuale di cui siamo figl*, sorelle, complici, amanti che continua a inebriarci e che dobbiamo non far spengere mai.  Siamo cittadine e cittadini del mondo e non di stretti, angusti confini segnati cruentemente da muri e frontiere. Il nostro rifiuto per la bruttura che soffoca la nostra terra deve essere radicale. Ribelliamoci, “restiamo umani”, autrici e autori di un grande disegno: il nostro! Alleniamoci alla curiosità, alla meraviglia, all’euforia, soprattutto alla libertà, percorriamo la liberazione e rigettiamo al mittente paura, chiusura e guerra, costruiamo collettività, rispolveriamo le intelligenze perché da lì rinasce la bellezza…

La rivolta di Stonewall scoppiò una notte di cinquanta anni fa quando quell*/e/i che occupavano gli ultimi posti decisero che proprio quella notte non avrebbero subito ancora una volta la violenza, il sopruso, la cancellazione. Non pensarono al prezzo da pagare e aprirono brecce che in questo mezzo secolo noi lesbiche, trans e gay abbiamo percorso in tutto il mondo. Stonewall non fu la scintilla di una notte, altre rivolte, altre lotte, altri immaginari l’avevano preceduta, altre ribellioni hanno proseguito, anche nel nostro paese dove i movimenti che oggi chiamiamo lgbtiq+ nascono, a seguito di Stonewall, sulla stessa onda con cui prendono forma negli altri paesi europei affermando la presa di parola delle persone lgbtiq+ su se stesse, come soggetto sociale e politico e non più come oggetto sottoposto agli interventi della scienza, della chiesa, dello Stato.

I desideri, le parole, le lotte di ieri oggi ci ricordano che niente è scontato e niente è assodato per sempre, ci permettono di capire che non sempre la scelta maggioritaria è la nostra, che anche la normalizzazione delle nostre soggettività, che oggi sembra l’unica via desiderabile, ha alle sue spalle prese di parola, esperienze, teorie e le lotte con una spinta “rivoluzionaria” o comunque trasformativa, senza le quali il cambiamento sarebbe stato impossibile.

È l’urlo di gioia che squarcia la notte il favoloso manifesto della nostra liberazione! Trasforma il presente, dà forma al futuro e il passato resta una preziosa eredità, perché se rivolta non ci fosse stata la nostra vita sarebbe diversa. E siccome non è finita, se rivolta dovesse esplodere ancora il mondo sicuramente sarà più bello.

Il moto favoloso è quello di Stonewall del 28 giugno 1969, storicamente databile nella nostra memoria perché punto di svolta, atto e mito da cui non si torna indietro. Dall’oppressione alla liberazione, con le infinite meravigliose prospettive e la conseguente trasformazione delle condizioni materiali di vita. Nuovi liberi corpi e libere menti che produrranno politica e cultura, dando forma e sostanza a questo nostro mondo. Il moto per sua natura non è statico ma si dilata nel tempo e nello spazio, dal centro alle periferie, dal sud al nord del mondo più di quanto si possa immaginare.  È lo spirito di Stonewall, mai spento, che brucia dentro e, quando può, esplode fuori. Parte integrante di quella imprescindibile rivoluzione culturale, politica, sessuale di cui siamo figl*, sorelle, complici, amanti che ci inebria e ci fa correre lungo la schiena lo stesso brivido di allora. “Amore amore fammi venire con la rivoluzione” lo slogan che compariva scritto sui muri negli anni Settanta ci dice che la rivoluzione è gioia, piacere, euforia. La rivoluzione, in quanto tale, contiene quanto i padroni del mondo metodicamente ci sottraggono perché la loro retorica, con relativa costruzione di senso, ci colloca fuori – per fortuna – dalle loro grigie pareti, bollandoci come degenerat*. Ribaltare questa logica, come avvenne la notte del 28 giugno di cinquanta anni fa, è per noi tutte doveroso perché significa cambiare prospettiva: dalla negazione alla favolosa visibilità. Lasciare che la nostra rabbia esploda, rompere la gabbia, venir fuori, gioire, tutte declinazioni positive, opposte e contrarie a quelle che oggi ci attanagliano, basate sulla grande paura che imprigiona un mondo segnato cruentemente da muri, frontiere, confini.

Bisogna allenarsi alla curiosità, alla meraviglia, all’euforia, soprattutto alla libertà, percorrere la liberazione e rigettare al mittente paura, chiusura e guerra. Siamo cittadine e cittadini del mondo e non di stretti, angusti confini. Il nostro rifiuto per la bruttura che soffoca questa nostra terra deve essere radicale. Ribelliamoci, “restiamo umani”, autrici e autori di un grande disegno – il nostro -, costruiamo collettività, rispolveriamo le intelligenze perché da lì rinasce la bellezza…

La rivolta di Stonewall scoppiò una notte di cinquanta anni fa quando alcun*/e/i di noi decisero che proprio quella notte non avrebbero subito ancora una volta la violenza, il sopruso, la cancellazione. A farlo furono quell*/e/i che occupavano gli ultimi posti, che non potevano nascondersi dietro nessun privilegio, e non pensarono al prezzo da pagare: con una lotta visionaria e appassionata hanno aperto brecce che in questo mezzo secolo noi lesbiche, trans e gay abbiamo percorso in tutto il mondo. Quella rivolta non fu un gesto solitario ma trovò compagn* di percorso in tante e tanti che coltivavano con passione l’idea della rivoluzione, della trasformazione radicale della società, anzitutto le femministe e i movimenti delle nere e dei neri, cioè chi voleva – e vuole – abbattere un sistema di potere violento ed escludente basato sulla subalternità di un genere, una “razza”, una classe.

Stonewall non nacque dal niente, non fu la scintilla di una notte, altre rivolte, altre lotte, altri immaginari l’avevano preceduta, in America e altrove. E così nel tempo, altre Stonewall, altre ribellioni hanno perseguito la trasformazione, sognato la rivoluzione.

Anche nel nostro paese i movimenti che oggi chiamiamo lgbtiq+ nascono, a seguito di Stonewall, sulla stessa onda con cui prendono forma nella gran parte dei paesi europei, quindi il ritardo storico delle nostre tematiche in Italia rispetto allo spazio europeo non è certo attribuibile ai nostri movimenti la cui storia è coerente e connessa con quanto accade negli altri paesi europei: le cause vanno cercate altrove. La storia della presa di parola collettiva delle soggettività non eteronormate in Italia inizia nel 1972 quando Mariasilvia Spolato – una delle pioniere che tanto hanno dato e pagato per la nostra libertà che vogliamo ricordare qui visto che è morta lo scorso ottobre dopo decenni di oblio – decide di partecipare al primo 8 marzo italiano sollevando il cartello “Liberazione omosessuale”. Pochi giorni dopo questa prima scintilla è il momento della nostra piccola Stonewall:  il 5 aprile 1972 il neonato Fuori (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano) contesta a Sanremo un congresso di sessuologia che intendeva discutere di “cure” dell’omosessualità. È una manifestazione internazionale che riesce a far chiudere il congresso in anticipo, suscita tanto clamore da guadagnarsi molto spazio mediatico squarciando il silenzio secolare sulle nostre soggettività ma soprattutto afferma un nuovo rivoluzionario concetto: di omosessualità, lesbismo, transessualità parlano gay, lesbiche e trans, è la messa in discussione del concetto di normalità e la presa di parola delle persone lgbtiq+ su se stesse, come soggetto sociale e politico e non più come oggetto sottoposto agli interventi della scienza, della chiesa, dello Stato.

In seguito, altre sono state le tante nostre piccole Stonewall, tante e tanti le pioniere e i pionieri che per noi hanno segnato la strada, oggi abbiamo anzitutto bisogno di ricordare, di costruire una memoria collettiva, di salvare la nostra storia dalla cancellazione e dal revisionismo strisciante sempre in atto.

I desideri, le parole, le lotte di ieri ci aiutano a immaginare, a costruire, a perseguire quelle dell’oggi, ci ricordano che niente è scontato e niente è assodato per sempre, ci permettono di capire che non sempre la scelta maggioritaria è la nostra, che anche la normalizzazione delle nostre soggettività, che oggi sembra l’unica via desiderabile, ha alle sue spalle prese di parola, esperienze, teorie e le lotte con una spinta “rivoluzionaria” o comunque trasformativa, senza le quali il cambiamento sarebbe stato impossibile e probabilmente non lo sarà in futuro.

ELENA BIAGINI & PORPORA MARCASCIANO

per FESTIVAL MIX MILANO, 33esima Edizione

Elena Biagini: storica, autrice di “L’emersione imprevista. Il movimento delle lesbiche in Italia negli anni ’70 e ’80”, attivista lesbica dal primi anni ’90, prima in Azione Gay Lesbica Firenze e poi ne coordinamento “Facciamo Breccia”.

Porpora Marcasciano: Presidente onorario del MIT (Movimento Identità Trans) di cui è stata fondatrice e attivista fin dagli anni Settanta e vice presidente dell’ONIG (Osservatorio Nazionale Identità di Genere), ha realizzato e coordinato diverse ricerche sul tema del transessualismo e identità di genere soprattutto in ambito storico producendo pubblicazioni e saggistica.

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