SALUTO DI SERGIO ESCOBAR

La scoperta delle parole è il titolo della ‘copertina’ della Stagione 2018/2019, che l’artista Emilio Isgrò ha regalato al Piccolo Teatro e che ne è il miglior manifesto evocativo e poetico. Il Teatro sente il compito di riannodare fili, responsabilità, fragilità, opportunità, domande: di continuare un racconto condiviso, in cui le parole ritornino a vivere di significato. 

Il racconto della realtà e del presente, delle sue preziose molteplicità e identità (parallele, come le chiama il Festival MIX, quest’anno), ma anche una nuova idea di cittadinanza e di cultura delle differenze sono parole guida intorno alle quali, ormai da tredici anni, MIX e Piccolo fanno germogliare l’affinità delle proprie immaginazioni artistiche. 

Accogliere, condividere una rassegna, anzi un’idea di cinema, di cultura e di civiltà, o meglio di culture della civiltà, nelle proprie sale, per le proiezioni e gli incontri, e sul ‘sagrato’, per i preziosi momenti di festosa collettività, significa mettere al centro della città una riflessione aperta, gioiosa, responsabile, sul futuro, un’aspirazione viva di inclusione e condivisione.

E’ naturale, inevitabile. Per un teatro come il Piccolo che ha portato i suoi spettacoli nelle città e nel mondo, superando limiti ‘geopolitici’, rendendo comprensibile a tutti un unico linguaggio, quello dell’arte. E’ naturale, inevitabile. Per una città come Milano, sempre attenta nella difesa dei diritti e nell’intendere le contraddizioni come ricchezza e opportunità. 

Voglio, infine, rivolgere un saluto affettuoso in particolare a Giampaolo Marzi, ironico, creativo, intelligente pioniere, che ha fatto crescere, con generosa caparbietà, un’idea coraggiosa. Il lavoro appassionato, fatto insieme, ha il pregio di avere reso possibile l’improbabile. Anzi, necessario. 

Milano, 18 giugno 2018

Giampaolo Marzi:

“Il MIX Milano è sempre stato e sempre sarà dialogo e condivisione”

Intervista di Paolo Armelli

Per Giampaolo Marzi, fondatore del MIX così come lo conosciamo oggi, questo festival è sempre stato un “progetto di inclusione, di attenzione alla persona, alla dignità e alla storia di ciò che è stata la militanza e la costruzione di qualcosa di culturalmente innovativo sul territorio”. Lui stesso si definisce liberamente anarchico, della scuola relativista di Giulio Giorello, identità politica che non gli ha risparmiato critiche ma che ben rappresenta il suo credere fermamente in una libertà artistica e di espressione che si svincola dagli interessi piccoli e personali per assumere una carica di significato utopica e comunitaria. L’abbiamo incontrato a Milano per fare un bilancio di questi oltre trent’anni di cinema (con nomi eccellenti come Bruce La Bruce e Xavier Dolan), ma anche di impegno e socialità.

Il Festival di Cinema Gaylesbico di Milano esiste fin dal 1986 ma tu sei arrivato solo a un certo punto…

Io sono subentrato nel 1993, riprendendo in mano una cosa che è stata avviata da altri e portandola poi su una strada tutta sua. La mia prima edizione fu veramente una cosa piccolissima, la feci perché Paolo Hutter mi chiese di occuparmene visto che all’epoca frequentavo la Scuola di Cinema: il festival non si faceva più da un anno ma era sorta l’opportunità di farlo nella Sala congressi della Provincia di Milano. 

Quanti anni avevi all’epoca?

Avevo 24 anni, accettai con l’incoscienza tipica dell’età e poi con grande passione e ostinazione l’ho fatto crescere, anche se erano anni davvero ostili e questo di solito tendiamo a dimenticarlo. Ma anche se erano anni ostili fu anche un periodo di grande coesione a livello di militanza, le conflittualità c’erano ma eravamo talmente pochi e l’urgenza e la necessità erano tali che si superava tutto. Parallelamente c’era tutta la questione della pandemia dell’Aids: la gente moriva, il contesto storico era complesso e molto lontano da ciò che accade oggi. 

Non dev’essere stato semplice ottenere il sostegno delle istituzioni: come ci sei riuscito? 

Ho sempre creduto nel dialogo con tutti. Abbiamo sempre collaborato con la Provincia, che per anni è stata amministrata dal centrosinistra e quindi ci è stata amica: ci hanno sempre dato risorse sufficienti affinché il progetto esistesse con continuità. Ma anche le amministrazioni comunali di centrodestra sono state tutto sommato ricettive, anche a livello di finanziamento, soprattutto grazie ai funzionari dell’Ufficio cinema che comprendevano il nostro valore. Io poi mi ostinavo ad andare a rompere le scatole a tutti, facevo pressing su chiunque. Ogni anno era una piccola sfida. All’inizio si partiva anche dall’interno di Arcigay, oggi forse non è più così necessario ma al tempo era importante avere una partecipazione condivisa e collettiva. Poi certe cose erano sgangherate, su altre c’era il completo disinteresse: appunto erano anni in cui le priorità erano sull’emergenza Hiv e sulla prevenzione. In qualche modo le mie erano considerate cose “superficiali”, ma mi sembra che abbiano avuto lo stesso il loro impatto.

Come si è riusciti a costruire l’identità del MIX, che è riconoscibile ancora oggi?

Tutto nasceva dalla mia grande passione per il cinema. E poi anche da una serie di coincidenze fortuite e grande impegno. Poi 12 anni fa è arrivato il Piccolo Teatro di Milano e la formula che conosciamo ancora oggi. Sono stati loro a chiamarci, prima per anni l’avevamo fatto all’Eliseo, all’Anteo, al Manzoni: quelle erano edizioni con un sacco di limiti tecnici ma con una partecipazione molto forte. Erano anche anni in cui non c’era nulla: l’aggregazione attorno a un evento di cinema era in sostanza, anche a livello internazionale, la spinta che poi ha permesso di incidere sul cambiamento ovunque, prima dal mondo anglosassone e poi fino a noi.

Non solo cinema, però. Il segreto, una volta arrivati al Piccolo, è stato quello di fondere i generi.

Abbiamo progressivamente aggiunto al cinema la dimensione ludica: siamo stati i primi a portare la musica elettronica gratis, all’aperto e di giorno, quando ancora forse non esisteva nemmeno il Sonar. Volevamo coniugare la vocazione ludica della nostra comunità con i momenti di condivisione culturale, una sintesi fatta sempre con poche risorse ma che è risultata efficace visto l’eclatanza della location. Per molti anni è stata una bella conquista di visibilità.

Guardando indietro li consideri anni di grande libertà?

Per certi versi ho sempre avuto molta autonomia nella scelta di titoli e di temi, e ciò mi ha permesso di fare anche delle scelte coraggiose. Ad esempio tutto Bruce La Bruce: ripensandoci oggi mi rendo conto che erano davvero altri anni. Prima di tutto lui esisteva come fenomeno punk internazionale, era una specie di preistoria del queer che stava dentro a quella rabbia che era anche desiderio di esprimere un disagio critico nei confronti di questioni come la pornografia, visibilità della sessualità, temi che ci erano vicini e importanti. Penso che la mia generazione, che ai tempi erano i giovani che venivano al MIX, quella cosa non se la sia mai dimenticata. Era una bella energia, in qualche modo perché rifletteva anche la libertà derivante dall’essere sganciati da una struttura architettonica potente, non istituzionali. C’era un’energia particolare.

Come hai scovato La Bruce?

Tutto avvenne molto per caso. Io conobbi il suo produttore Jurgen Bruning a un festival: anche qui non è che io abbia mai avuto un grandissimo e inarrivabile talento nella scoperta delle cose; semplicemente giravo i festival, intessevo relazioni. In questo senso per me questo progetto ha sempre avuto una dimensione profondamente umana. Erano tempi anche di grande condivisione: ricordo ancora quando il Goethe Institute ci prestava le loro cuffie per fare in diretta la traduzione simultanea dei film che non erano doppiati in italiano.

Erano anni in cui i mezzi erano più limitati, come si gestiva tutto senza il digitale?

Davvero era tutto analogico, i film erano in pellicola, c’erano pochissime copie, tutto era più complesso e anche più costoso. C’erano limiti immensi eppure nella sua semplicità questo creava un senso di comunità. In qualche modo anche il pubblico che veniva si “accontentava”: cioè la qualità che abbiamo sempre cercato di mantenere era alta ma non avevamo per forza quello spauracchio performativo per cui tutto deve essere fatto alla perfezione. Fino a pochi decenni fa non c’era molta offerta. La produzione era limitata, non c’era Internet… L’accessibilità ad alcune cose era veramente legata all’unicità di alcune circostanze come il nostro festival. 

Quando hai percepito che le cose iniziavano a cambiare per il meglio?

Credo attorno al 2002, in concomitanza con la mia esperienza a Gay.tv, dove mi occupavo di acquisizioni e palinsesti. Quella è stata un’esperienza potente, in un paese come il nostro fu un’operazione editoriale forte, eclatante, in cui sono cresciuti un sacco di talenti. Ha scritto una pagina di storia contemporanea e ha avuto anche una valenza politica. Lavorando lì, ho avuto la possibilità di fare cose con più libertà, collaborando con il sistema della distribuzione, ad esempio con Mikado o con altre sinergie che si sono create. Sono stati gli anni appunto in cui ci ha chiamato il Piccolo, in cui alcuni grandi brand ci hanno sponsorizzato. Furono anni davvero gloriosi perché ci permisero di essere una vetrina positiva e trasversale in un teatro centrale, con una storia culturale innegabile. Col Piccolo c’è stata un’armonia pazzesca: ripenso alla fatica immensa che si faceva a gestire tutto quanto perché noi avevamo risorse e un organico limitato, però con l’appoggio tecnico di tutta la dimensione amministrativa, della produzione e della gestione tecnica, perfino delle maschere di quel teatro meraviglioso si riusciva a portare un risultato qualitativo fenomenale. Senza la super professionalità e la disponibilità di tutte le figure di quella realtà non saremmo mai riusciti a fare quello che abbiamo fatto.  

Cosa significava portare il cinema in un teatro come quello?

Per esempio installare in quel teatro un grande schermo per realizzare la proiezione dei film in un certo modo, come se fosse una vera sala cinematografica. Quella era la mia ossessione rispetto alla qualità dell’esperienza cinematografica, comprendendo il valore della fruizione in sala come elemento conclusivo dell’iter creativo di un filmmaker. C’era dietro anche una riflessione che aveva una sua valenza intrinseca, che noi non stavamo a spiegare ma che sicuramente in molti hanno apprezzato. Però appunto niente sarebbe accaduto senza la collaborazione di tutti: e questa è sempre stata una mia grande motivazione, quella di riuscire a portare a casa un risultato coinvolgendo le persone.  

Deve essere stato un periodo molto intenso anche dal punto di vista dell’impegno personale.

Nel tempo ovviamente sono iniziate le critiche e anche le invidie. Qualcuno mi ha detto che ho scontato il successo che avevo ottenuto, anche se io in effetti non mi sono mai reso conto di vivere un periodo di successo. Sarà anche per la mia condizione di sieropositivo, ho sempre vissuto il momento, un senso di urgenza del fare le cose nell’immediato, “fai bene adesso” perché il senso del tempo che resta è limitato. Poi vivevo una relazione a distanza e quindi viaggiavo in continuazione: ma anche questo è stato utile, alcune intuizioni come quella della musica elettronica mi sono venute appunto vedendo cosa accadeva sulla scena internazionale. Ma senza pretese di chissà quale jet set, semplicemente perché mi capitava di imbattermi in certe situazioni. Devo dire che grazie anche a questa stratificazione di difficoltà oggettive e personali sono riuscito e siamo riusciti a fare delle cose straordinarie. Dal gruppo di lavoro del MIX sono uscite un sacco di persone che ancora oggi sono grandi professionisti nel mondo della comunicazione e delle public relation.

Quanto era importante che il MIX avesse un’identità riconoscibile anche al di fuori dell’Italia?

Per me era importante questo aspetto dell’internazionalità, un aspetto che è sempre stato riconosciuto al MIX come una dimensione di ricerca. Xavier Dolan l’abbiamo portato noi in Italia, quando non lo voleva ancora nessuno. Non lo abbiamo certamente inventato noi, ma lo ha scoperto il Festival di Cannes e poi sempre a Montréal ero venuto a conoscenza delle sue opere e per un paio di anni abbiamo aperto con i suoi film, un’opportunità straordinaria per noi. Riuscimmo quindi a operare su una storia che si è rivelata un’intuizione artistica alta, dato che lui poi è diventato il talento che è esploso in questi ultimi anni. In generale noi abbiamo sempre avuto un interesse per il cinema indipendente, in qualche modo politico), magari a volte spingendo troppo su alcune dimensioni critiche. Ad esempio tutta la programmazione di Uncut che abbiamo fatto sulla censura con Marco Kassir è stata di grandissima provocazione, anche se forse non è stata recepita come ci aspettavamo. 

Sappiamo bene che la comunità lgbtq può essere parecchio esigente e litigiosa: com’è stato invece negli anni il pubblico del MIX?

La nostra è una comunità che non esiste se non quando converge. Il MIX è sempre stato proprio questo: la possibilità di trovarsi attorno al cinema e stare insieme nonostante su qualcosa la si pensasse in modo diverso. Ecco appunto che la mia “anarchia” è sempre stata una specie di equidistanza che è servita a far convivere le varie anime del movimento, per proporsi poi in modo trasversale come apertura all’esterno. Alla base del MIX secondo me ci sono sempre stati relazione, dialogo, confronto: era un’occasione unica, un po’ utopica e sovversiva, vista con gli occhi di oggi. 

Ma vale ancora oggi? 

Il pubblico del MIX negli anni l’ho visto invecchiare, un po’ perché magari non si è riusciti a coinvolgere fino in fondo i giovani. Ma oggi vedo una riscoperta del cinema a tutti i livelli, è normale che si provi piacere nel vedere delle cose insieme. La fruizione condivisa, e in qualche modo protetta perché certi film li vedi in una certa situazione, aiuta a comprendere i sottotesti e le sfumature, rendendola un’esperienza straordinaria che rimarrà valida sempre. 

Oggi viviamo un’epoca molto particolare: le unioni civili e uno sdoganamento generale danno l’idea di un periodo di particolare libertà. Per te è così?

Non direi proprio, bisogna fare ancora molta strada, anche all’interno della comunità stessa. Credo ci sia ad esempio un arrugginimento del concetto di maschile e femminile, una demonizzazione gli uni delle altre che è un fraintendimento colossale e rischia una deriva davvero pericolosa. Anche perché certi discorsi non hanno un effetto emancipante, ma solo reazionario. Certe polemiche servono solo a fare il gioco del sistema che ci vuole dividere, così tutte le energie le spendiamo nel conflitto fra di noi. 

Tornando al cinema, che cosa rappresenta per te?

È la condivisione di un sogno, perché fondamentalmente un’illusione, seppur sempre credibile. Nel momento in cui la condividi con altri, vivi un’esperienza che è iper-reale e al contempo emotivamente forte. È una semplificazione di tutta la tradizione performativa. E all’ennesima ri-mediation, avvenuta con lo streaming online, il cinema è comunque sopravvissuto in quanto fenomeno collettivo. La tv prima e poi internet, tutti dovevano ammazzare il cinema e invece è ancora qua, perché si cambia, ci si stratifica, un po’ come noi. 

E se dovessi fare una fotografia del cinema lgbtq di oggi, più in particolare?

Indubbiamente le possibilità che ci sono oggi di produrre, autoprodurre e l’accesso facilitato ai mezzi di produzione ha sicuramente moltiplicato quantitativamente l’offerta di cinema di genere, non necessariamente si può dire lo stesso a livello qualitativo. Ciò sicuramente complica il lavoro di chi deve fare ricerca e selezione, però al tempo stesso si possono scoprire cose che prima non riuscivi a raggiungere. Inoltre la digitalizzazione permette di mappare proposte da ogni dove. In più la televisione ha fatto tanto in questi anni e per un attimo si è come sostituita, infatti anche al MIX abbiamo ospitato delle serie tv. E paradossalmente oggi ancora più di ieri nel programmare un festival di cinema è centrale una figura o una serie di figure che aiutino a orientarsi in tutta questa offerta, con una visione precisa e soprattutto tanto, tanto tempo. 

Come sceglievi i film in cartellone?

Io ho sempre amato andare per festival e vedere la reazione del pubblico. Tante cose che magari da solo non avrei apprezzato, invece poi ho visto che piacevano. Bisogna rendersi conto anche che avere una visione soggettiva non significa fare solo i film che piacciono a te, ma comprendere che esiste una varietà che risponde a esigenze diverse. Essere egoriferiti in questo caso non avrebbe senso soprattutto nei confronti di una comunità polimorfa che vuole riflettersi in mille variabili dell’identità.

Qual è il film di cui sei più orgoglioso?

Beh, Les amours immaginaires di Dolan, di cui fra l’altro facemmo stampare una copia in pellicola per fare una proiezione in 35mm. Una raffinatezza di linguaggio che comunque ai tempi aveva un senso. 

Sottolinei spesso che non hai fatto tutto da solo. Chi ti ha accompagnato in questo percorso?

Le persone che mi hanno aiutato in questi anni a realizzare il MIX sono davvero tantissime. Rischia di diventare un elenco del telefono lunghissimo, ma sarebbe bello in un futuro prossimo approfondire le storie del come e del chi ci ha aiutato nel tempo a fare di questo festival il MIX. 

 

Se dovessi lasciare un messaggio che riassuma la tua esperienza di questi anni al MIX, quale sarebbe?

Auspico per le generazioni che verranno, su tutti i temi che saranno ancora centrali in anni a venire come lo stigma dell’Hiv, i diritti dei figli delle famiglie arcobaleno, l’esercizio della propria libertà sessuale, di avere sempre la capacità di staccarsi dalla realtà, di immaginare. L’immaginazione poi altro non è che la chiave del cinema, di ogni esperienza culturale, creativa e artistica. Senza quella spinta utopica e di sogno si può continuare lo stesso ad andare avanti, però mancherà sempre qualcosa, il cambiamento. Spero che il MIX lasci proprio questo segno, il fatto che si sia consumato in modo positivo un’ipotesi nuova di coesistenza possibile.